L’acceleratore LHC di Ginevra: la tecnoscienza e la corsa cieca alle alte energie.

Ripeschiamo dalla sua pagina Facebook questo articolo di Franco Piperno dell’aprile 2015. Non è quella che si dice una notizia del giorno ma neanche si puo’ pensare che le cose siano molto cambiate in questi anni.

L’acceleratore LHC di Ginevra : la tecnoscienza e la corsa cieca alle alte energie.

Nel giorno della Pasqua, il CERN comunica che l’acceleratore LHC è risorto; dopo aver subito qualche compassionevole restauro è ormai pronto ad andare a regime, a funzionare ad una energia estrema– nel gergo dei fisici, si tratta di una energia di decine di migliaia di miliardi di eV, un valore senza precedenti nella storia delle macchine acceleratrici.
Questa corsa alle alte energie — iniziata negli anni trenta del secolo appena trascorso e ritmata più che da bisogni cognitivi dalle esigenze geopolitiche del dispositivo militare industriale — ha fatto sì che, nel giro di ottanta anni, l’energia dei grandi acceleratori sia cresciuta, grosso modo, di un fattore dieci ogni dieci anni.
Siccome il costo di queste macchine aumenta più rapidamente che l’energia ottenuta, una volta finita la guerra fredda che giustificava ogni impresa, è affiorato nella coscienza pubblica la questione della insensatezza di continuare a costruire acceleratori sempre più potenti e sempre più costosi.
Dal punto della ricerca in fisica, questa corsa ha invece una ragione profonda : per ricostruire i comportamenti della materia su scala sempre più piccola occorre esplorare domini spaziali di dimensioni decrescenti; e questo comporta l’uso di proiettili d’energia via via più grande.
Così,la corsa verso energie indefinitamente crescenti è generata, a livello della comunità scientifica, dal tentativo di penetrare nell’infinitamente piccolo.
Non v’è dubbio che la necessità d’impiegare macchine acceleratrici dalla potenza esponenzialmente crescente abbia conseguito, come effetti collaterali, innovazioni tecniche di grande portata, penetrate poi nel processo produttivo così come nelle pratiche mediche o nella comunicazione via WEB.
Quanto ai risultati propriamente scientifici, relativi alle così dette particelle elementari, si va dalla disintegrazione nucleare realizzata per la prima volta da Rutherford alla scoperta delle antiparticelle; poi più di recente del bosone debole,diciamo così, di Rubbia; infine del bosone di Higgs, per citare solo alcuni di un elenco ben lungo — particolare patetico: il costo dell’apparecchio usato da Rutherford si aggira, a prezzi costanti, attorno ad un milionesimo del costo sopportato dal CERN per le sole misure del bosone di Higgs.
Sembrerebbe quindi,come vuole la retorica istituzionale, che la ricerca nelle alte energie proceda con successo — sia pure a costi sociali alti, molto alti tanto da compromettere le risorse finanziarie pubbliche necessarie alla ricerca in altri campi.
Ma questo successo, mediaticamente ostentato, cela nel suo seno un fallimento epocale, una mutilazione dell’autonomia della conoscenza scientifica ed una sua sottomissione strutturale ai governi e all’industria– in breve,la riduzione della fisica a tecnoscienza.
In altri termini, l’acceleratore LHC ginevrino, attualmente il più potente del mondo, dimostra con i suoi successi la crisi nella quale si dibatte la fisica delle alte energie.
Vediamo le cose più da vicino.
I costi e la complessità degli esperimenti tramite le macchine acceleratrici sono tali che se ne possono portare a termine via via di meno, in ragione inversa alla potenza della macchina.
Ancora ai tempi di Rhuterford, quando un esperimento costava qualche centinaia di sterline, un fisico che avesse qualche idea, poteva eseguirne molti, anzi moltissimi –e.g. Faraday è accreditato d’averne compiuti più di diecimila.
Nei laboratori d’alte energie — come autorevolmente ricorda il fisico Emilio Segrè nella sua biografia — quando un solo esperimento dura oltre cinque anni, costa centinaia di milioni di euro e impegna parecchie decine di ricercatori, se ne possono fare ben pochi.
Questo comporta un mutamento sentimentale del ricercatore, della sua “forma mentis”. Avviene come un rovesciamento delle aspettative del soggetto che fa ricerca — laddove lo scienziato moderno era posseduto dalla curiosità, la ricerca nelle alte energie promuove piuttosto una attitudine conformista; nel senso che il ricercatore diviene riluttante a provare esperimenti dall’esito incerto e si abbandona così all’ovvio, pur di ottenere un risultato,una misura.
Detto altrimenti, nella ricerca tramite le macchine acceleratrici, le difficoltà sono di natura tecnica; sicchè il fisico — quando non è costretto ad un ruolo ripetitivo e specializzato da “fach Idiot” quasi fosse un operaio di una fabbrica fondista — dedica la sua energia intellettuale allo sviluppo di nuove tecniche; e quando queste divengono mature, cioè sono riproducibili, si compiono tutti gli esperimenti compatibili.
Negli acceleratori è avvenuta una sorta di fusione irreversibile tra fisica e ingegneria– di conseguenza la forza-lavoro intellettuale è organizzata nel regime di fabbrica, sia pure di una fabbrica speciale come è quella che produce innovazioni tecniche destinate a tramutarsi in merci.
Per usare un verbo filosofico, nei laboratori d’alte energie la tecnica ha sussunto dentro di sè la fisica; e tutto questo ha comportato risultati sociali importanti ma ha richiesto uno stravolgimento della figura intellettuale del fisico.
Insomma, l’ulteriore sviluppo del CERN non passa certo attraverso il reclutamento di un qualche Rutherford ancora sconosciuto;piuttosto ciò di cui abbisogna la ricerca nelle alte energie è di una sorta di Ruther-Ford; ovvero degli scienziati che più che la fisica posseggano quelle abilità tipiche degli industriali e dei finanzieri.

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