capitalismi

[7/2/2019] Dalla Cina all’Europa: lavoro mobile e catene produttive 🗓

7/2/2019 ore 21

L’incontro si terrà presso la sede dell’Unione Sindacale Italiana in via Torricelli 19 a Milano

con Devi Sacchetto

Il seminario esaminerà le condizioni della forza-lavoro, in particolare la sua mobilità e la sua rotazione nel settore della produzione elettronica; i suoi tempi e spazi tendono a venire compressi dalle catene produttive globali al fine di rispondere just-in-time alle domande di mercato. A partire da un lungo lavoro di ricerca sul campo, verranno considerati i processi lavorativi del maggiore terzista mondiale di prodotti elettronici, la Foxconn, che ha la sede centrale a Taiwan. Con circa 1,3 milioni di dipendenti in vari Paesi, la Foxconn produce per i colossi dell’elettronica: Apple, Microsoft, Google, Intel, HP, IBM, Dell, Cisco, Amazon, Sony e Nintendo. Nel corso degli ultimi vent’anni, oltre che nei suoi mega-stabilimenti situati nella Repubblica popolare cinese, la Foxconn ha investito in nuove fabbriche in alcuni Paesi dell’Europa centro-orientale.
Nell’ambito dell’incontro si confronteranno le pratiche lavorative messe in campo dalla Foxconn in Cina e in Europa per sottolineare come, al di là delle somiglianze, occorra tenere presente sia i contesti socio-istituzionali sia la composizione della forza lavoro. E’ infatti a partire da questi due elementi che si evidenziano diverse forme di resistenza del lavoro vivo che hanno in parte indotto e in parte costretto la multinazionale ad adottare strategie alternative che potrebbero fare tendenza anche al di là dell’Europa centro-orientale.

L’onda lunga della FoxConn da “Nella fabbrica globale. Vita al lavoro e resistenze operaie nei laboratori della Foxconn

Il neoliberismo come sconfitta del sessantotto

Penso che il neoliberismo possa essere interpretato come la sconfitta del Sessantotto, e non in continuità con esso. Gran parte della liberazione individuale cui vi riferite è un fenomeno delle classi medie. Nelle regioni deindustrializzate di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia o Germania c’è più disperazione che liberazione.
Non c’è nulla di nuovo nella capacità del capitale di utilizzare gli elementi di una rivolta sconfitta per ricomporsi. Ad esempio, la mania post-sessantottina dell’autogestione in paesi come la Francia è l’eco dei precedenti tentativi di costituire consigli operai. Il CIO negli Stati Uniti è un esempio di come istituzioni costruite sulla sconfitta di un’ondata di lotte radicali – gli scioperi generali di San Francisco, di Minneapolis e nelle fabbriche tessili del Sud negli Stati Uniti nel 1934 – si siano conservate a lungo anche dopo il riflusso. Di nuovo: i residui sulla spiaggia dopo il riflusso della marea.
Ciò che è degno di nota negli ultimi tre decenni è certo il modo in cui il capitale si è appropriato di gran parte dell’effervescenza ideologica dei movimenti degli anni Sessanta, prima sconfitti e poi cooptati. Non è la prima volta che le espressioni di ribellione delle classi medie contro l’alienazione sono state convogliate a fare da apripista per una successiva fase dell’accumulazione. Negli anni Trenta, proprio queste classi riempirono le file della burocrazia dell’emergente Stato sociale. Dopo gli anni Settanta, il personal computer rappresenterà per le classi benestanti del capitalismo “avanzato” un simbolo proprio di questa fase dell’accumulazione analogo all’automobile per il periodo precedente. Eppure, il computer, come prima l’automobile, è molto più di una tecnologia, legato com’è a tutta un’ideologia della libertà, quella della rivoluzione contro il gigantismo, la burocrazia, la gerarchia, contro l’uomo dell’organizzazione1e il completo grigio2:tutti obiettivi della battaglia della Nuova Sinistra degli anni Sessanta. Se il movimento, sia nella sua ala politica sia in quella bohémien controculturale, aveva contrapposto il consumo edonistico al puritanesimo allora dominante, successivamente è stata la classe capitalistica con i suoi lacchè, guidati dalla sua avanguardia yuppie di Wall Street e dellaCity londinese, a darsi alla cocaina dei creativi, ai ristoranti gourmet, all’alta moda. Mentre non si spendeva una parola sull’allungamento della settimana lavorativa, effettiva sia per queste classi creative sponsorizzate da vacui sociologi alla moda come Richard Florida sia a maggior ragione per le famiglie operaie costrette a due o tre lavori per stare a galla e spiaccicate sul corso della new economy e delle autostrade dell’informazione. Per non dire che, per le classi creative e per moltissimi altri lavoratori, PC, cellulare e iPhone hanno sì eliminato l’antagonismo tra lavoro e tempo libero, ma non certo per trasformarli nell’attività onnilaterale di marxiana memoria, bensì per ridurli a lavoro ventiquattro ore su sette giorni3… funzionali all’accumulazione.
L’incorporazione e la normalizzazione delle istanze della fallita stagione di ribellione hanno toccato ogni aspetto della vita. Dai ristoranti chic di New York che, alle pareti le fotografie dei panifici industriali degli anni Trenta, si sono insidiati nelle aree di ex-magazzini, fino a Barnes & Noble4che ha completamente sostituito i caffè alternativi o le librerie indipendenti. Enormi centri commerciali sono sorti dall’oggi al domani con poco o nessun personale di servizio, lasciando la gente a se stessa nella scelta dei prodotti. Questo è il nuovo stile. Ogni azienda, statale o privata, in grado di farlo ha rimpiazzato gli addetti alla reception con opzioni telefoniche infinite e irrilevanti e dalle attese interminabili, riducendo così i costi e spalmando il tempo di lavoro non pagato su coloro che apparentemente se ne servono. Tutta la cultura alternativa precedente, dal blues al jazz alle letture un tempo sovversive, la trovi ora incellofanata nei negozi di Borders. In nome del nuovo ultra-reificato battage dell’informazione – come se libri come la Fenomenologia della Spirito di Hegel o Il Capitale di Marx fossero “informazione” alla pari dell’ultimo manuale di management di Tom Peters – le biblioteche hanno distrutto milioni di libri digitalizzandoli. Così, gli arroganti manager della Silicon Valley e i pubblicitari, che da sempre odiano libri e cultura, promuovo ora l’economia digitalizzata e dematerializzata, senza carta, del nuovo millennio. Con il ridimensionamento via high tech milioni di posizioni lavorative intermedie sono scomparse, mentre coloro che le hanno perse sono stati risucchiati nell’oblio dei suburbi, riciclati e coperti dai cori della new economy. Le università hanno rivisto i programmi dell’educazione liberal nella direzione di una formazione professionale per clienti, consegnando i residui laceri delle vecchie scienze umane all’intellighenzia stracciona postmodernista e decostruzionista coi suoi mantra che proiettano la propria corruzione all’interno dell’universalismo emancipatorio delle passate rivoluzioni.
Tale decadenza ideologica è riuscita a distogliere l’attenzione dal declino accelerato delle infrastrutture materiali, della vecchia economia dei servizi pubblici, dei trasporti, dello stato di metropolitane, strade, marciapiedi e ponti, degli argini di New Orleans o di edifici con appartamenti in affitto. Forse la cosa più sbalorditiva di tutta questa imbellettatura ideologica è stata l’emergere di figure sociali come l’Mba5, il nerd o il broker finanziario, figure già ampiamente denigrate e ridicolizzate nel clima degli anni Sessanta e che sono diventate poco meno che i nuovi rivoluzionari della cultura. Il professore distratto, che a volte conservava ancora un soffio del vecchio umanesimo e ora completamente demodé, è stato sostituito dal critico letterario post-moderno, radical, cinico, elegante e abbronzato, connesso in rete e sempre di passaggio da una conferenza all’altra.

Loren Goldner, Revolution in our lifetime. Conversazione con Loren Goldner sul lungo Sessantotto, 2018, Milano, Colibrì

1Termine in uso negli anni Cinquanta e Sessanta a indicare l’impiegato conformista, conservatore per atteggiamento mentale e modo di vestire, nell’era della grande corporation consolidatasi all’indomani della grande crisi del ’29 e nei primi due decenni del boom del secondo dopoguerra (nota di LG). L’espressione deriva dalla famosa inchiesta sociologica di William Whyte The Organization Man, citata e discussa tra gli altri da Wright Mills e Debord, che uscì negli Stati Uniti nel 1956. Fu tradotta in italiano per Einaudi nel 1973 da Luciano Gallino con il titolo L’uomo dell’organizzazione.

2Dal titolo di un altro bestseller degli anni Cinquanta, il romanzo di Sloan Wilson The Man in the Gray Flannel Suit, tradotto per Mondadori nel 1956 come L’uomo dal vestito grigio. Ne fu fatta anche una riduzione cinematografica di successo con Gregory Peck come protagonista.

3Il cosiddetto 24/7, la giornata lavorativa continua – resa possibile dal capitalismo digitale (computer, cellulari, messaggeria, ecc.) – che esige la disponibilità dei colletti bianchi ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni la settimana, ferie incluse (nota di LG). Sul tema della connettività infinita v. in italiano di Jonathan Crary, 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno, Einaudi, Torino 2015 (ed. or. 2014). Su questi temi cfr., tra gli altri, di Emiliana Armano, Annalisa Murgia, Maurizio Teli (a cura di), Platform Capitalism e confini del lavoro negli spazi digitali, Mimesis, Milano, 2017 e i saggi contenuti in Marco Briziarelli e Emiliana Armano (a cura di), The Spectacle 2.0. Reading Debord in the Context of Digital Capitalism, Westminster University Press, London 2017.

4Il maggiore e più capillare venditore al dettaglio di libri negli Stati Uniti.

5Chi ha acquisito un Master in Business Administration.