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Premessa

Quelle che seguono sono alcune considerazioni nate dopo i primi due cicli di LOST. Non costituiscono una premessa agli incontri dei cicli successivi né, tanto meno, vogliono essere una sintesi dei precedenti. Si tratta di osservazioni intese ad arricchire le ipotesi iniziali del progetto, scaturite dal riascolto degli incontri svoltisi presso il CSOA Cox181.

L’attività scientifica consiste nell’ipotizzare determinati schemi interpretativi, pur con la consapevolezza che nessun modello potrà comprendere la materia del mondo. Ci si orienta quindi per approssimazioni successive e inevitabilmente capita che ci si sbagli, ma non per questo si deve ricominciare da capo né rinunciare del tutto.

Contemporaneamente anche la politica, intesa come attività volta a trasformare il mondo, necessita inevitabilmente di un modello interpretativo che, a differenza di quanto si poteva pensare ai tempi in cui la scienza aveva un assetto deterministico, sarà traballante e lacunoso.

Partendo da questi limiti (che sono innanzitutto di chi scrive) possiamo cercare di capire cosa sta avvenendo nel campo tecnico-scientifico considerando il ruolo degli attori, la storia precedente e facendo delle ipotesi -seppur timide- sulle possibili evoluzioni. Interesserà quindi la fenomenologia dell’impatto delle ‘nuove’ tecnologie (dove il digitale la fa da leone ma non è solo) ed anche la loro sostanza, sia materiale che organizzativa.

Interesserà sapere chi paga e chi guadagna con tutto ciò, essendo assai evidenti i grossi interessi in gioco, ma anche “cosa” e “come” si paga e si guadagna, inquantoché non è detto che la posta in gioco sia solamente economica e/o materiale.

Interesserà capire come accade che un meccanismo (tecnico o comunicativo) funzioni più di altri dal punto di vista della produzione di consenso e dove ciò possa portare, con particolare attenzione alla politica di cui si parlava prima2.
Inevitabilmente l’interrogativo arriva poi a come la politica (nell’accezione sopra detta) agisce su questo terreno. Ci sono sistemi che vanno costantemente alimentati dal punto di vista energetico, sistemi che una volta innescati si autoalimentano e sistemi in cui improvvisamente si determina un mutamento radicale degli equilibri, una trasformazione di stato non casuale ma che può dar luogo a sviluppi imprevisti. È inutile negare che è proprio quest’ultima eventualità a offrire le prospettive più interessanti in vista di un mutamento dello stato di cose vigenti.

È molto difficile sapere dove esattamente si è, ma porsi una domanda del genere è già qualcosa.

LOST e il convitato di pietra

In ogni esposizione è buona norma indicare il campo preso in considerazione e i suoi eventuali limiti. Vediamo quindi di dire subito di cosa il LOST non si è occupato, affinché si possa pensare di recuperare in futuro o decidere consapevolmente di lasciar perdere.

Fra tutte le scienze e le tecniche, LOST si è occupato prevalentemente del digitale, informatica, networking e applicazioni connesse. Indiscutibilmente si tratta del fenomeno oggi più appariscente e, probabilmente, dotato del maggiore impatto sulle nostre vite. Ciò non toglie che sia esso stesso figlio di alcune trasformazioni tecnologiche nel campo della microfisica e della scienza dei materiali che, per fare un solo esempio, hanno permesso l’estrema miniaturizzazione delle memorie e dei processori a costi ‘accessibili’ per un mercato di massa.

Dove e come la ricerca di questa scienza si svolga è importante per conoscere le dinamiche sottese a quegli epifenomeni che costituiscono la nostra prima base di osservazione. Le server farm sotto il ghiaccio del polo o le transazioni finanziarie ad alta frequenza potrebbero sembrare un dato di fatto mentre non lo sono per nulla.

Ogni sistema esplica la sua potenza per mezzo della trasformazione dell’energia. Le relazioni politiche internazionali si sono, almeno dall’inizio del Novecento, attorcigliate attorno alle risorse energetiche e, ancora oggi, gli Stati entrano in guerra per poter costruire un gasdotto, ma ciò non toglie la pregnanza della domanda: quelle del metano e del petrolio sono le fonti energetiche e le tecnologie che meglio si confanno alle nostre vite? Senz’altro la produzione di energia elettrica per mezzo di combustibili fossili impone grosse concentrazioni di risorse, richiede un’ampia delega al fornitore e produce notevoli dipendenze dalla fonte, cosa che alla Politica con la P maiuscola, quella degli Stati e dei media mainstream, non dispiace affatto perché definisce precisi ambiti e flussi di potere.

Un altro aspetto che non è stato finora messo sufficientemente in risalto da LOST è quanto accade nel mondo della produzione, ciò vien chiamato Business to Business. Che ne è degli apparati di elaborazione dell’informazione delle piccole e grandi imprese? Che ne è dei software che regolano le transazioni commerciali di merci / denaro / eserciti? Che cosa sono divenuti oggi il tecnico informatico, l’analista programmatore e anche l’analista finanziario? Che gradi di libertà hanno queste figure, quando si confrontano con un’infrastruttura esternalizzata che vedono come un servizio? E quindi, infine, chi controlla quest’infrastruttura e ne assicura la manutenzione? L’impressione è che, similmente a quanto accade al privato cittadino quando si dota di uno smartphone che non può neanche più spegnere, così l’impresa si affidi sempre più a strumenti sul cui funzionamento non sa più nulla, cedendo così un ennesimo residuo di autonomia al monolito della tecnologia, ancor prima di entrare nell’arena del mercato.

Interessa, si è detto, capire il ‘giro del fumo’: chi paga chi per fare cosa. C’è chi attribuisce una connotazione volgare e retrò a un simile approccio, ed effettivamente una serie di vicende politiche abbastanza recenti hanno dato fin troppo peso al lato economico della vita delle persone. Ma se dell’effettiva utilità di un approccio come quello qui brevemente indicato si potrà dire solo a posteriori, almeno dobbiamo fare lo sforzo di non dimenticare mai i lavoratori della Foxconn, della cui fatica ci gioviamo quando prendiamo un passaggio con BlaBlaCar.

Potrebbe essere utile indagare anche gli effetti delle tecnologie sull’urbanizzazione e sulla trasformazione del contesto sociale nel suo complesso. Come potrebbero reggere megalopoli da 30Mil di abitanti senza un uso industriale, capitalista, mercificato della tecnologia? Quanto il modo dell’abitare / convivere / organizzarsi come individui associati delega oggi alla tecnica? E, ancora, quali sono gli effetti di modelli di mercato, questi sì del tutto nuovi, tipo Uber o AirB&B sul contesto urbano?

Infine a LOST vale chiedersi chi è e dov’è finito l’utente finale, l’attore intermedio, il villico che, pur non essendo potente, non è per nulla ignorante? Anzi è proprio la storia della scienza a insegnarci che è dalle piccole officine che le migliori soluzioni arrivano alle accademie3. Una riappropriazione collettiva della conoscenza e della capacità di fare è premessa imprescindibile, e al contempo auspicabile e benefico effetto, d’una capace lotta contro gli strumenti che aggrediscono le nostre vite.

Ora torniamo al dunque, che è un bel dunque.

Diffusione degli strumenti a tecnologia digitale

Oggi la diffusione di Internet è senza pari, probabilmente nella storia dell’umanità non ci sono esempi di una tecnologia così uniformemente e capillarmente diffusa. Si può stimare a tre miliardi e mezzo il numero di smartphone in uso attualmente nel Pianeta, prodotti da un certo numero di marchi diversi che, però, non supera i duecento4. Al di là degli aspetti più strettamente tecnici, è un fatto rilevante che la gran parte delle informazioni scambiate tra le persone attraverso la rete viene
filtrata dai collettori dei social principali.

Google, facebook, Twitter, Instagram, WhatsApp, ... sono il punto di arrivo o di partenza della maggior parte delle interazioni rete/utente del “vecchio mondo”. Le multinazionali che li possiedono, di fatto, maneggiano una quota enorme dello scambio mondiale di informazioni tra privati.

Di qui la nascita di una nuova tipologia di marketing votato alla promozione commerciale di prodotti materiali o ideologie che, viste le dimensioni della platea e le possibilità di segmentarla con grande precisione, va rapidamente erodendo lo spazio tradizionalmente occupato dalla carta stampata e dai network radio-televisivi. È quanto viene definito mercato consumer.

Parallelamente, e similmente, le diverse soluzioni di cloud professionale (Google Cloud Platform, Amazon Web Services, Microsoft OneDrive) tendono ad accaparrarsi il mercato business, cioè la sezione dei contenuti informativi e degli applicativi dell’apparato industriale e produttivo del Pianeta. Dati grezzi, DataBase, Gestionali, sistemi di posta aziendale, ma anche software applicativo, implementazioni di sistemi di intelligenza artificiale, tutto ciò viene tolto dalle sale dati un tempo gestite dalle stesse aziende e trasferito su supporti collocati in un non-luogo chiamato cloud. Il risparmio è spesso relativo mentre la delega nella gestione, nella scelta delle soluzioni applicative, nella manutenzione del ferro e di quel che contiene è totale. I beneficiari sono grossomodo sempre gli stessi pochi attori che tendono a spartirsi il mercato mondiale della comunicazione.

Grazie a ciò una fetta crescente delle transazioni commerciali ed economiche può passare attraverso sistemi di vendita online, ragion per cui vanno affermandosi diverse valute digitali, oggi ancora incerte se affidare la propria garanzia a un’autorità monetaria (ethereum), a un bene materiale (petro) o alla comunità degli utenti (bitcoin)5. In pratica, un numero ridottissimo di multinazionali ha in mano la gran parte delle comunicazioni (tra privati, tra privato e azienda, tra azienda e azienda), delle transazioni commerciali e delle funzioni di trattamento ed elaborazione di tutto questo enorme flusso comunicativo. Questo pugno di multinazionali, oltre a trarci del profitto, impone gli standard operativi, le soluzioni tecnologiche, tariffe e quindi anche le tecniche di sfruttamento e disciplinamento del lavoro.

Che tutto questo sia in mano a imprese private può produrre situazioni di attrito con gli Stati nazionali che perdono, nei fatti, le prerogative proprie della forma-Stato per come è stata finora intesa in Occidente; non può quindi stupire che questi soggetti statuali cerchino variamente di difendersi, di aggirare il predominio sovranazionale delle corporation o, alternativamente, di usare in modo indipendente questo tipo di tecnologie.

Per esempio, il governo dell’Iran ha provato a sviluppare un simil twitter nazionale e a caricare di costi l’uso di Twitter per cercare di rimediare alla propria mancanza di controllo che su questo social6. Mentre il governo indiano ha introdotto una forma di schedatura dei cittadini per mezzo della Tecnologia del numero unico, introdotta come volontaria nel 2004 ma divenuta obbligatoria tre anni dopo. Oggi con questo sistema sono censiti (schedati) più di un miliardo di indiani. Anche la Cina ha adottato la soluzione indiana, legandola inoltre a un sistema meritocratico. Un sistema simile è usato pure da Estonia e Svezia. Quest’ultima, coniugando le tecnologie informatiche e la cybernetica, sta sperimentando un sistema di chip sottopelle per legare indissolubilmente il numero unico alla persona7.
Nel 2009 si è tenuto un meeting in ambito UE per trattare dell’intercettazione delle chiamate Skype8. Nel 2017, a Ischia, si è svolto il primo summit del G7 al quale, insieme con i ministri dell’Interno dei sette Paesi più industrializzati del mondo, hanno partecipato i rappresentanti di quattro imprese private: facebook, Google, Microsoft e Twitter9.
In Italia sono stati recentemente stanziati 30 milioni di euro per facilitare le aziende nell’accesso alle nuove tecnologie, cioè per permettere agli imprenditori di capire che cosa possono farsene guadagnandoci, il che corrisponde esattamente al finanziamento di quella fase di analisi del ciclo produttivo che va conteggiata tra i costi dell’innovazione, con buona pace dei neoliberisti teorici del capitalismo puro.

Ancora in Italia, il Movimento 5 Stelle propone una piattaforma para-social per la gestione della vita politica e della cosa pubblica.

E così via...

D’altra parte il predominio di alcune – come si è detto, pochissime – corporation nella manipolazione dei contenuti informativi scambiati su Internet espone l’utente privato a tre diverse tipologie di “attacco” da parte dell’intermediatore, secondo una scala di sua crescente forza di dominio: negazione (espulsione dalla rete), controllo (raccolta dati e informazioni, tracciamento, profilazione), raggiro (modifica delle informazioni sulla base delle caratteristiche o dell’identità dell’utente)10.
Contemporaneamente a una pressoché completa omogeneizzazione degli strumenti usati per veicolare questo genere di informazioni – marche e modelli di PC e telefoni sono gli stessi su scala globale –, si assiste a una enorme riduzione delle capacità di controllo, manipolazione, adattamento dello strumento tecnologico da parte del suo utilizzatore, singolo o collettivo che sia.

Tecnologia come merce (rapporto tra tecnologia e capitalismo)

In una economia di mercato anche la tecnologia è una merce, ciò significa che ha determinati costi (ricerca, sviluppo, l’implementazione), ha tempi di messa in produzione, necessita di un mercato, ovverosia di acquirenti solvibili, e infine, oltre a ripagare le spese, deve generare degli utili secondo tassi tali da permettere all’intero ciclo di riprodursi ed espandersi. Per riuscire in tutto ciò, si deve anche organizzare – e non è l’ultimo dei problemi – una vasta massa di operatori secondo sistemi di messa al lavoro e disciplinamento che siano conformi all’assiomatica complessiva.
Come tutte le altre merci, ogni innovazione mira a giocare sul tempo e ad approfittare di una temporanea predominanza materiale per battere la concorrenza. Vi è quindi la costante necessità di una messa a valore dell’innovazione tecnologica. Questo risultato si ottiene agendo su due piani:

(1) la creazione e il mantenimento di un numero adeguato di utenti, clienti e lavoranti (opportunamente formati, fidelizzati e disciplinati)

(2) la gestione della concorrenza (previsione delle altrui mosse, confronto e imitazione)

A ogni produttore è ben chiaro che quando le sue ‘esclusività’ saranno in mano ad altri, i margini di profitto di cui gode non potranno che diminuire. Ciò vale sia per la materia tecnologica sia per le implementazioni d’uso via via crescenti che questa permette, ma vale anche per la massa critica degli utilizzatori. In meno di vent’anni facebook ha conquistato più di un miliardo di utenti, e gode per questo di una posizione fortemente predominante. Sa però che altrettanto velocemente potrebbe dover lasciare il posto ad altre tecnologie e ad altri sistemi (cosa che forse sta già avvenendo).

La messa a valore di un prodotto che è anche un marchio sottoposto al mercato borsistico presenta a sua volta due piani distinti. Uno produttivo commerciale: la valorizzazione di una merce che permetta di estrarre profitto da un investimento mediante la compravendita, e un piano finanziario11: la valorizzazione della rendita del capitale per i titoli cosiddetti tecnologici è spesso determinata dalla massa degli utenti e dal trend di crescita. In virtù della strutturale evanescenza del prodotto, il titolo tecnologico è un ottimo generatore di bolle finanziarie. Questo per dire che non bisogna mai dimenticare l’eterogenea composizione del capitale e le oscillazioni tra le sue diverse anime.

In un sistema a economia capitalista, sistema che per sua natura è perennemente in disequilibrio, la concorrenza, similmente a quanto fanno i differenziali dei tassi di sfruttamento, dà luogo a quei vantaggi marginali che derivano da posizioni di predominio e che permettono di avvantaggiarsi temporaneamente sul mercato. Da un lato il capitale complessivo si lancia nello sfruttamento di nuove “frontiere” mercantili (nuovi bisogni, nuovi prodotti, nuovi consumatori), lavorative (nuova forza-lavoro) e di risorse naturali (agrobusiness, estrattivismo), occupando quelle regioni del mondo che gli garantiscono più alti tassi di sfruttamento e minore attenzione alla salute delle persone e all’ambiente, essendovi ammesse tecniche produttive estremamente nocive ma redditizie. Dall’altro lato i diversi capitali, con dietro i rispettivi Stati, sono costantemente impegnati in una spietata concorrenza reciproca. In entrambi i casi il sistema tende a tornare verso una situazione di equilibrio e di saturazione che riduce progressivamente i margini di profitto fino a farli scendere sotto il livello necessario a impedire il collasso.

L’innovazione tecnologica rientra pienamente in questo tipo di ciclicità. L’introduzione di una tecnologia nel processo di valorizzazione, sia essa intesa come come mezzo di produzione o come merce finale, ha dei costi che sono sia di ricerca tecnica sia di analisi del ciclo produttivo in relazione al nuovo mezzo di produzione, per meglio sfruttare le sue potenzialità. Si tratta di frammentare, per scoprire fino a che punto si possono parcellizzare e automatizzare le fasi del lavoro. Questa attività va sotto il nome di Intelligenza Artificiale, ma a ben vedere non è molto diversa da quanto accadde con gli spilli di Adam Smith12. Si tratta di costi che alla fine della fiera devono generare dei profitti prima che si vanifichino per effetto della stessa concorrenza13. Se la concorrenza intercapitalistica è l’anima dell’economia, benché tenda a ridurre progressivamente il vantaggio tecnologico e con esso il saggio di profitto, in un sistema monopolistico puro (come non è quello attuale) che cosa succederebbe? E in un sistema para-monopolistico come quello ch’esiste oggi? Non a caso gli Stati-nazione, in quanto espressioni più o meno salde di borghesie locali più o meno “storiche”, oscillano tra ammirazione, imitazione e allarme, temendo di perdere il controllo della conoscenza e di ridursi a fare da guardiani di un impero più grande14. Comunque sia, gli effetti delle trasformazioni tecnologiche vanno sempre esaminati nella loro dimensione temporale, all’interno di un ciclo di valorizzazione che ha una dinamica oscillatoria.

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Una domanda ancora apertissima è in quale misura (e se) queste tecnologie abbiano prodotto tipologie di merce realmente diverse. O, per formulare meglio la domanda: che cosa è realmente valorizzato da queste tecnologie? Qui corre tutta l’interrogazione intorno al “lavoro immateriale”, per esempio analizzato da Guglielmo Carchedi15, come anche da Formenti16, nonché oggetto di attenzione costante da parte della scuola operaista.

Per meglio orientarsi nella ingarbugliata matassa che avvolge questo tipo di oggetti teorici, forse conviene distinguere tra strumenti tecnologici “ludici” (per es. i social), l’uso dei quali è frutto di una scelta ‘volontaria’ (seppur indotta), e strumenti (come per esempio quelli di controllo dei tempi) che vengono imposti da chi acquista la forza-lavoro per usarla produttivamente (il computer per chi lavora scrivendo, il braccialetto elettronico per gli addetti della logistica, l’app per il rider). Talvolta le due cose coincidono o si scambiano le funzioni: per esempio l’uso di WhatsApp per coordinare i gruppi di lavoro in alcuni contesti professionali è imposto, col risultato immediato di estendere di fatto, ma non di diritto, la reperibilità all’arco delle 24 ore per 7 giorni alla settimana17. Si deve contemporaneamente riconoscere che il carattere implicitamente impositivo della tecnica lascia sempre meno spazio alla scelta volontaria. Diventa sempre più difficile, per esempio, aprire un conto corrente senza associarlo a un numero di cellulare e a uno smartphone, mentre di fatto alcune transazioni (come l’addebito dello stipendio ma anche dei voucher per i lavori intermittenti) sono indissolubilmente legate a un IBAN bancario.

Nell’analisi dei soggetti coinvolti nel campo di cui stiamo trattando, è utile chiedersi che ne sia della figura del “tecnico” e domandarsi come avvengano l’analisi degli obiettivi, lo sviluppo, il test, la messa in produzione di questo genere di innovazione tecnologica; se esista una pianificazione strategica o se si sia ancora in una fase di ricerca; infine, quanto siano coinvolti istituti di ricerca pubblici, di che natura siano gli investimenti che sostengono queste trasformazioni. Per esempio, in alcun casi come l’India e la Cina, si direbbe vi sia un diretto apporto statale nel finanziamento e nell’indirizzo delle scelte tecnologiche, in altri apparentemente meno, anche se bisognerebbe verificare il nesso tra la ricerca militare e gli impatti sociali della tecnologia, visto che la ricerca militare è ancora una prerogativa dell’apparato statale.

Infine, vale considerare che la genesi e definizione dei protocolli tecnologici implica l’esistenza di un controllo standardizzato delle regole dello strumento prima ancora che del contenuto del messaggio, Ciò vale per tutti i social ma anche per i cloud aziendali, che impongono in maniera molto rigida le loro soluzioni.

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Le tecnologie digitali hanno un forte impatto sul concetto di gratuità e sulla sua pratica:

  • su internet (ma non solo) la gratuità è un paradigma oramai abbastanza scontato. Ci si aspetta sempre che esista un minimo livello di accesso ai servizi online in forma gratuita o che esista almeno un software gratuito che risponda a qualsiasi necessità. In realtà l’investimento per la messa in opera dei servizi online è grosso e i costi di mantenimento delle piattaforme social sono abbastanza elevati. Perciò, se la gratuità è un modo per generare la massa critica di utenti necessaria per entrare nel gioco ed è un modo per accrescere il capitale finanziario aumentandone il corso sul mercato azionario mondiale, d’altra parte questo po’ po’ d’investimento è necessario che renda qualcosa, donde la necessità di valorizzare il BigData. Si è quindi aperto il torneo per vedere chi meglio saprà utilizzare l’immensa mole di dati che i sistemi di oggi sono in grado di collezionare.

  • Microsoft ha acquistato GitHub per 7 miliardi di USD e paga 1000 sviluppatori perché ci scrivano codice ‘free’. È un investimento consistente sulla ‘gratuità’.

  • Viceversa i due maggiori quotidiani online pubblicati in Italia hanno da poco e più o meno contemporaneamente smesso di essere del tutto gratuiti. Evidentemente i milioni di contatti al giorno non fruttavano abbastanza in termini di entrate pubblicitarie o di raccolta dati. Sarebbe interessante vedere oggi qual è l’andamento degli accessi.

  • immaginando la profilazione come una forma di pagamento per servizi gratuiti, si vede a che punto siano state monetizzate la vita e le emozioni.

  • i servizi / software gratis ricordano molto la caduta tendenziale del saggio di profitto di marxiana memoria. Essendo questa famosa caduta una premessa alla crisi capitalista, ci possiamo aspettare un momento di rottura ulteriore?

  • resta aperta e oggetto di studio da parte degli attori principali, inclusi gli Stati nazionali e le corporation, la questione dei rapporti del denaro virtuale con le istituzioni statuali, per esempio a proposito dell’imposizione fiscale e della tracciabilità18.

Rapporto tra tecnologia e vita (Bios)

Da quanto finora detto, dovrebbe risultare evidente come in alcuni casi sia sempre più difficile distinguere tra produzione e consumo, come anche separare la sfera intima da quella del mercato. Schematicamente (e malamente) si potrebbe dire almeno quanto segue.
Lo schermo delega la presenza, diventa un fattore di intermediazione tra i soggetti. Se vale la considerazione di Bauman secondo cui «La responsabilità, questa componente costitutiva di ogni condotta morale, scaturisce dalla prossimità dell’altro. [...] La responsabilità viene messa a tacere quando si erode la prossimità; essa può alla fine trasformarsi in avversione una volta che i soggetti umani a noi vicini siano stati trasformati in “altri”»19. Che ne è della percezione dell’altro mutuata da uno schermo20?

Con l’affermarsi dei monopolî del traffico dell’informazione si arriva a una standardizzazione delle forme comunicative e a una polarizzazione su alcune formulazioni chiave, ben rappresentate dall’uso dell’hashtag, fortemente semplificatorie della realtà. Vi è una trasformazione in rapporto all’introduzione delle tecnologie nella percezione del tempo e del concetto di presenza. L’immediatezza della comunicazione porta anche ad annullare o quantomeno a derubricare il concetto di assenza: se non ci sono lo dico, quindi ci sono. Il controllo sul presente sembra totale.

Socialmente le tecniche oggi tendono a massificare, uniformare. Un pugno di strumenti tecnologici, sempre gli stessi, riempie le case di gran parte del Pianeta. La “varietà” culturale ed esperienziale planetaria si riduce di fronte alla TimeLine di facebook.

Il gioco della tecnologia (anche quando è un gioco) diventa merce di scambio per informazioni estremamente personali e private su ciascuno di noi. Dati personali, ubicazioni, relazioni, contatti, sogni, desideri. La sfera del privato scompare, portandosi dietro il diritto alla menzogna.

L’algoritmo della soddisfazione, ossia il criterio di assecondare e stimolare nell’utente della rete la sensazione di una manque per poi offrirgli proprio il bene che fa per per lui, meccanismo tipico del marketing sia commerciale che politico, ha tra i suoi effetti non secondari quello di produrre una conoscenza del mondo per ciascuno diversa. Ciascuno avrà la sua fetta di verità adatta a lui. Da questo punto di vista sapere quali sono i punti di concentrazione dell’algoritmo della soddisfazione e da lì analizzarne i cluster sociali che ne conseguono potrebbe rappresentare il maggiore valore, dal punto di vista della profittabilità e dell’esercizio del controllo sociale, fornito dal BigData ai suoi analizzatori21.
Non ci è dato sapere se i colossi della comunicazione saranno le vittime o i carnefici dell’algoritmo della comunicazione.

La ciclicità, l’energia

Sul rapporto tra tecnologia, energia e cicli economici si può vedere l’articolo di L. Reynolds e B. Szerszynsky Neoliberismo e tecnologia: innovazione permanente o crisi permanente?, pubblicato in italiano sul secondo numero della rivista “CountDown”22. Di fatto l’impressione è che nessuna delle innovazioni tecnologiche più recenti sia riuscita a far ripartire un ciclo economico bloccato da una crisi che ha ormai toccato il decimo anno.

Confronto con la storia recente

Tra la seconda metà degli anni Settanta e la prima degli anni Ottanta, sull’onda delle lotte sociali e da queste senz’altro sostenuto, prese vita un dibattito stringente sulle trasformazioni tecnologiche in corso e sui loro effetti, in particolare nei riguardi del mondo del lavoro.

Nel 1978, Franco Piperno scrive: «nel lavoro a domicilio il calcolatore sostituisce le fragili gambe del caporeparto...»23; l’anno dopo la rivista “aut aut” dedica il n. 172 al tema Scienza, degradazione del lavoro, sapere operaio; nel 1980, Carlo Formenti pubblica per Feltrinelli La fine del valore d’uso. Riproduzione, informazione, controllo; del 1981 è Il comando cibernetico, numero monografico di “CONTROinformazione”; nel 1984 Paola Manacorda, che già aveva pubblicato Il calcolatore del Capitale nel 1976, dà alle stampe Lavoro e intelligenza nell’era della microelettronica.

Sono i tempi della rivista “Sapere” e poi di “SE / Scienza Esperienza”, tempi in cui un dibattito ricco, spinto da un clima sociale combattivo, testimoniava delle trasformazioni in atto anche in campo tecnico-scientifico. Si assiste in quegli anni a uno scardinarsi della rigidità della fabbrica fordista in favore di forme più parcellizzate e diffuse, sia a livello locale che globale, della produzione di merci. Questo passaggio, che prelude alla progressiva riduzione delle tutele sindacali e normative, allo smantellamento della contrattazione collettiva e alla riconduzione del salario a “variabile dipendente” del profitto, prefigura il quadro attuale dove la microconflittualità e la concorrenza tra i fornitori di forza-lavoro hanno preso il posto dell’identità di classe24. Un simile processo difficilmente avrebbe potuto prendere piede e affermarsi in tempi così rapidi senza il supporto delle tecniche dell’informatica e delle comunicazioni, senza una progressiva introduzione dell’elettronica nelle fasi di organizzazione della produzione e della produzione stessa. Parimenti si può immaginare che l’afflusso di capitali finanziari a seguito di quella che una fetta di mondo, quella occidentale, chiamò la crisi del petrolio (1973) si avvalse in misura significativa delle maggiori possibilità di gestione e comunicazione delle transazioni di capitale su scala mondiale permesse dalle nuove tecnologie25.

Il dibattito sulla scienza accompagna da sempre il mutare delle soggettività e il conseguente trasformarsi dei terreni e degli strumenti che le lotte sociali si dànno.
Il processo di scomposizione del ciclo produttivo, a guisa di quel che avvenne con la produzione dello spillo, permette la sua delocalizzazione nella fabbrica diffusa dei distretti industriali o nel mercato del lavoro globale. Gli attrezzi di questo scenario così ricomposto sono anche tecnici26.

Oggi assistiamo a un impatto altrettanto rilevante delle tecnologie sull’intera vita delle persone, non solo nel lavoro. Da un lato il ciclo produzione-consumo sembra aver invaso la sfera del tempo oltre che dello spazio, delle emozioni oltre che del comando27. La proprietà conquista la conoscenza e la riduce a una merce come le altre (brevetti, copyright)28. Esiste un parallelo tra quanto avviene oggi e quanto avvenne alla fine degli anni Settanta? Una tesi interessante è quella secondo cui questo parallelo sarebbe solo apparente. Di fatto con la “rivoluzione microelettronica” (anni Settanta-Ottanta) l’innovazione tecnologica spostava verso l’alto le mansioni operaie, che si sarebbero trasformate in figure di tecnico qualificato (naturalmente lasciando a casa una buona fetta di persone), quindi parte della disoccupazione prodotta dall’automazione sarebbe stata riassorbita, mentre oggi la “rivoluzione digitale” colpisce gli anelli medio-alti della catena professionale, producendo una disoccupazione non riassorbibile. Al posto delle persone lavorano degli algoritmi. Le funzioni di dirigenza e di controllo vengono trasferite a delle macchine29. Questo non farebbe che evidenziare l’effetto che sullo strato medio della popolazione ha la trasformazione in atto, che invece lascia sostanzialmente immutata la percezione degli strati bassi, meno “loquaci” e meno “ascoltati”, se non per sfruttarne demagogicamente i “dolori di pancia” in materia di “sicurezza” e immigrazione.

0mmot, 17 ottobre 2018

  1. A organizzare LOST, i cui primi due cicli d’incontri si sono tenuti presso il CSOA Cox 18 nella prima metà del 2018, sono stati: il centro sociale stesso, il collettivo Ippolita, l’hacklab UNIT, la Calusca City Lights e l’Archivio Primo Moroni.
  2. Cfr. LOST 1.5, Gamificazione e neuroscienze cognitive.
  3. Clifford D. Conner, Storia popolare della scienza. Minatori, levatrici e “gente meccanica”, Tropea, Milano, 2008.
  4. https://it.wikipedia.org/wiki/Lista_di_produttori_di_telefoni_cellulari
  5. Cfr. LOST 2.1, Blockchain.
  6. Cfr. LOST 2.2, Piano d’azione contro il dominio dei monopolisti.
  7. Cfr. LOST 2.3, Alcune tendenze totalizzanti nella società artificiale.
  8. Cfr. LOST 2.2, Piano d’azione contro il dominio dei monopolisti.
  9. Cfr. LOST 2.3, Alcune tendenze totalizzanti nella società artificiale.
  10. Cfr. LOST 2.2, Piano d’azione contro il dominio dei monopolisti.
  11. Una relazione forte tra la tecnica e l’esplosione della cosiddetta finanziarizzazione c’è. Solo una tecnica di interconnessione in tempo reale su lunghe distanze poteva permettere il passaggio dalle borse delle “grida” alle piazze borsistiche moderne. L’afflusso iniziale dei capitali finanziari ha invece una storia diversa ed è legata a quella che a suo tempo fu chiamata crisi petrolifera, che fu crisi per qualcuno ma non per qualcun altro.
  12. Cfr. LOST 1.3, Genealogia del tecno capitalismo.
  13. La concorrenza può portare anche a fenomeni d’altro tipo. Per esempio, quando WhatsApp inizia a cifrare le comunicazioni, forse lo fa per scaricarsi dalla responsabilità giuridica di detenere il contenuto di terabyte di messaggi (cit. Vecna, LOST 2.2), ma forse anche perché è fortemente incalzato dal suo acerrimo avversario Telegram, che ha fatto da subito della cifratura delle comunicazioni la propria bandiera.
  14. Cfr. LOST 2.4, Narrazioni del neoliberismo, dibattito.
  15. Si veda il suo saggio intitolato Sulle orme di Marx, lavoro mentale e classe operaia, Quaderni di Contropiano, Napoli, 2017.
  16. Cfr. LOST 2.4, Narrazioni del neoliberismo
  17. Un’interessante descrizione di questo genere di fenomeni emerge dall’attività dei cantieri socioanalitici raccontati da Renato Curcio nel suo L'egemonia digitale. L'impatto delle nuove tecnologie nel mondo del lavoro, Sensibili alle foglie, Roma, 2016
  18. Cfr. LOST 2.1, Blockchain.
  19. Zygmunt Bauman, Modernità e olocausto, il Mulino, Bologna, 1989, p. 250.
  20. Cfr. Il marketing sui bambini, Free Festival delle bambine e dei bambini, 3a edizione, 2013.
  21. Cfr. LOST 2.2, Piano d’azione contro il dominio dei monopolisti.
  22. Edizioni Colibrì, Paderno Dugnano (MI), 2017.
  23. F. Piperno, Sul lavoro non operaio, in “pre-print” 1/4, suppl. al n. 0 di “Metropoli”, 1978.
  24. Cfr. LOST 2.4, Narrazioni del neoliberismo.
  25. «Tra il 1974 e a fine degli anni ’80 vennero costituiti numerosi mercati regolamentati per questi strumenti derivati (in Italia molto più tardi viene costituito l’IDEM, Italian Derivatives Market) e ne furono estese le negoziazioni anche a prodotti diversi dalle commodities agricole, come già era accaduto per i contratti futures. ll progresso tecnologico di questi ultimi anni e l’introduzione dei sistemi informatici all’interno dei mercati finanziari, ha indotto importanti ridefinizioni nella struttura e nel funzionamento dei mercati stessi. La telematica ha consentito di passare dalle contrattazioni “alle grida” (durante le quali il titolo viene “chiamato” a una certa ora del giorno ed è possibile negoziarlo per un tempo determinato) a quelle “in continua” (in cui il titolo è continuamente scambiabile, durante tutta la giornata borsistica, inserendo gli ordini di acquisto o vendita sul book di negoziazione)». Salvatore Cataldo, Luca Signorini, Investimenti, finanza e tassazione nel settore agricolo, Maggioli Editore, Rimini, 2010.
  26. Cfr. LOST 1.3, Genealogia del tecno capitalismo.
  27. Cfr. LOST 1.5, Gamificazione e neuroscienze cognitive.
  28. Cfr. LOST 1.2, Se questo è gratis, rompere i DRM.
  29. Cfr. LOST 2.4, Narrazioni del neoliberismo.